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	<title>cambiamento organizzativo Archivi - Ricercamy</title>
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	<description>Ricercamy è un team di head hunter specializzati nel creare il match perfetto tra candidato e azienda</description>
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		<title>Come selezionare smart worker efficaci</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 06:21:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se hai in mente di selezionare personale per la tua azienda, in questo periodo non può prescindere dalla scelta di persone in grado di adattarsi immediatamente a lavorare da remoto in modalità smart. Quello che fino a poco tempo fa era ad appannaggio di grandi aziende strutturate in grado di permettere ai propri dipendenti di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se hai in mente di selezionare personale per la tua azienda, in questo periodo non può prescindere dalla scelta di persone in grado di adattarsi immediatamente a lavorare da remoto in modalità smart.</p>
<p>Quello che fino a poco tempo fa era ad appannaggio di grandi aziende strutturate in grado di permettere ai propri dipendenti di lavorare da casa uno o più giorni alla settimana, oggi riguarda tutte le tipologie di aziende (o parti di esse) ove non è richiesta necessariamente la presenza fisica in ufficio o in uno stabilimento o in un locale pubblico.</p>
<p><strong>Cos&#8217;è lo Smart Working?</strong></p>
<p>Innanzitutto facciamo chiarezza su che cosa è esattamente lo <strong>Smart Working o &#8220;Lavoro Agile&#8221;</strong> (come sarebbe preferibile chiamarlo nella nostra lingua)</p>
<p>Lo Smart Working è una <strong>modalità di lavoro che non è vincolata ad orari o specifici luoghi</strong>.</p>
<p>In Italia tale disciplina è normata dalla legge 81/2017 che indica specifiche caratteristiche di flessibilità organizzativa e richiede l&#8217;accordo tra azienda e lavoratore. Il decreto<strong> &#8220;Cura Italia&#8221;</strong> Nato dall&#8217;<strong>emergenza Covid-19</strong> ha dato alle aziende la possibilità di ricorre a questo strumento <strong>anche in assenza degli accordi individuali</strong> di solito necessari.</p>
<p><strong>Serve lo Smart Working? Se sì a Chi?</strong></p>
<p>Questi recenti mesi di lockdown hanno dimostrato, qualora ve ne fosse stato bisogno, che lo smart working rende più semplice conciliare le esigenze lavorative a quelle famigliari.</p>
<p>In molti casi inoltre sono stati superati i timori dei datori di lavoro sul possibile scarso rendimenti di chi lavora da casa.</p>
<p>Spesso infatti uno dei fattori che maggiormente ha frenato l&#8217;adozione di questo importante strumento non è stato il limite tecnologico (peraltro esistente soprattutto nelle aree meno raggiunte da una buona velocità di connessione) quanto quello psicologico condizionato dalla falsa credenza che quando le persone non sono viste direttamente dal loro responsabile di fatto se ne approfittano per non lavorare.</p>
<p>Salvo rare eccezioni si è verificato soprattutto l&#8217;effetto opposto.</p>
<p>Molte persone che hanno lavorato da casa in queste ultimi mesi hanno infatti lamentato giornate interminabili davanti ad un pc ed orari di lavoro spesso labili e dilatati.</p>
<p>Lo Smart Working però non è la strasposizione del lavoro d&#8217;ufficio a casa</p>
<p><strong>Cosa fa esattamente uno Smart Worker?</strong></p>
<p>Un lavoratore agile è innanzitutto un lavoratore subordinato quindi assunto direttamente dall&#8217;azienda (non in partita iva quindi) che di fatto non ha vincoli d&#8217;orario o specifici luoghi di lavoro (neanche la propria abitazione per intenderci).</p>
<p>Lo Smart Worker lavora per obiettivi e pertanto è responsabile di quello che fa nei modi e nei tempi che ritiene più opportuni.</p>
<p>Con l&#8217;adozione dello Smart Working oltre al modo di lavorare di fatto cambia la modalità con la quale l&#8217;azienda definisce gli obiettivi dei propri dipendenti e le modalità per il raggiungimento degli stessi.</p>
<p>E&#8217; evidente che se di fatto non posso più controllare come prima l&#8217;operato delle persone che lavorano con me, in quanto non siamo seduti fianco a fianco tutto il giorno, mi baserò sulla definizione degli obiettivi e il loro raggiungimento per giudicare l&#8217;operato dei miei collaboratori.</p>
<p><strong>Come scegliere i membri della tua squadra</strong></p>
<p>Date le premesse selezionare uno smart worker richiede competenze e valutazioni differenti rispetto a prima.</p>
<p>Innanzitutto la scelta della persona da assumere deve anche basarsi su elementi più legati alla capacità (e possibilità) di lavorare da remoto.</p>
<p>Ad esempio è di fondamentale importanza verificare che la connessione del nostro futuro collega sia in grado di sostenere ore di videocollegamenti giornalieri, piuttosto che abbia un ambiente di lavoro sereno e silenzioso, ecc&#8230;</p>
<p>Reclutare quindi profili di questo tipo richiede che anche la fase di selezione avvenga online e che possibilmente si svolga negli stessi contesti nei la persona poi lavorerà quotidianamente.</p>
<p>Qualora vi rivolgiate a società di selezione verificate quindi che anche l&#8217;attività di head hunting svolta abbia seguito tale modalità.</p>
<p>Oggi un buon cacciatore di teste infatti deve aver sviluppato una sensibilità alla ricerca e selezione anche da remoto tale per cui sia che si ricerchi un impiegato generico, sia che si tratti di executive search il nostro fornitore sia in grado di riconosce queste caratteristiche anche svolgendo solo colloqui video</p>
<p><strong>Perché scegliere Ricercamy per la selezione di Smart Worker?</strong></p>
<p>Solo chi si occupa di ricerca e selezione del personale da anni può garantire una sensibilità speciale che deriva dal proprio lavoro quotidiano svolto da remoto. Quando si lavora infatti in modalità Smart, cosa che noi di Ricercamy facciamo da sempre grazie all&#8217;adozione di tecnologie cloud, si è abituati di fatto a gestire progetti di smart working su base quotidiana. Ciò perché i nostri clienti erano già sensibili prima del covid alla possibilità di inserire altre persone che non fossero necessariamente del territorio dove l&#8217;azienda ha sede.</p>
<p>Ci hanno scelti come fornitore perché sanno i nostri consulenti lavorano da remoto da anni, quindi chi meglio di noi è in grado di svolgere un&#8217;attività di selezione e di caccia diretta per inserire lavoratori Smart?</p>
<h3 class="fusion-responsive-typography-calculated" data-fontsize="18" data-lineheight="30.06px">Vittorio Nascimbene</h3>
<h3 class="fusion-responsive-typography-calculated" data-fontsize="18" data-lineheight="30.06px">Founder &amp; Ceo</h3>
<h3 class="fusion-responsive-typography-calculated" data-fontsize="18" data-lineheight="30.06px">Ricercamy</h3>
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		<title>Quello che gli HR dicono di volere da un Head Hunter e la Realtà</title>
		<link>https://ricercamy.com/2019/05/quello-che-gli-hr-dicono-di-volere-da-un-head-hunter-e-la-realta/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 22 May 2019 04:49:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I Direttori del Personale, gli HR Manager e i responsabili delle risorse umane hanno spesso un rapporto conflittuale con gli head hunter. E' aumentato il ricorso al loro supporto, perché nonostante le riduzioni dei budget aziendali che hanno portato le aziende a fare meno inserimenti, ma a farne sempre più mirati, la ricerca di profili più validi e skillati è operazione che negli ultimi anni si è fatta davvero complicata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I Direttori del Personale, gli HR Manager e i responsabili delle risorse umane hanno spesso un rapporto conflittuale con gli head hunter. E&#8217; aumentato il ricorso al loro supporto, perché nonostante le riduzioni dei budget aziendali che hanno portato le aziende a fare meno inserimenti, ma a farne sempre più mirati, la ricerca di profili più validi e skillati è operazione che negli ultimi anni si è fatta davvero complicata.</p>
<p>Quando ti conoscono la prima volta si vantano di essere molto aperti alla collaborazione con il fornitore, di essere disponibili ad essere guidati dallo stesso nella scelta dei talenti. Chiedono di farsi piacevolmente solleticare con novelli Leonardo da Vinci travestiti da neolaureati o da non del tutto sbocciati Einstein nostrani.</p>
<p><strong>A parole naturalmente.</strong></p>
<p>Nel momento in cui si parte con una selezione la job description che ci vene condivisa parla di soft skills, capacità relazionali, capacità di lavorare in team. Poi però le lettere d&#8217;impegno contenenti l&#8217;offerta al candidato prescelto hanno pacchetti retributivi lontani dalla richiesta della persona e che spesso, ahimè, non arrivano neanche ad eguagliare quando percepito ad oggi. &#8220;Sì tanto tra 5 anni avrà uno scatto di livello e l&#8217;orario flessibile&#8221;&#8230;</p>
<p>Non si tratta solo di mera opportunità o di imbarazzanti ingenuità, spesso c&#8217;è la buona volontà ad investire su nuove risorse di potenziale, ma il contesto aziendale non lo permette.</p>
<p>Capisco che chi si occupa di selezione in azienda oggi ha altre mille incombenze che esulano anche da proprio ruolo, ma a volte le incongruenze sono talmente palesi da spingerci e domandarci se certe aziende vogliono veramente far crescere la propria organizzazione o meno.</p>
<p>Capisco che tra agenzie per il lavoro, società di ricerca e selezione e il fai da te spesso non è chiaro quale sia la strada migliore. I risultati devono spesso essere raggiunti per tentativi e i top head hunter sono solo una bella definizione.</p>
<p><strong>Gli HR oggi hanno sempre più bisogno di essere supportati nel processo di ricerca e selezione</strong> dalla consulenza di un partner che abbia una visibilità ampia del mercato e che sappia riconoscerne gli attuali confini al fine di soddisfare tutte le ricerche di personale qualificato che le aziende realmente motivate a crescere devono affrontare sempre in maniera strutturata.</p>
<p>Sia che ci si affidi ad una società di selezione, ad una di executive search, piuttosto che ad un singolo professionista della selezione bisognerebbe in ogni caso fare un vero e proprio atto di fiducia. Chi si occupa di selezione del personale conto terzi come attività principale ha una visione del mercato molto più ampia e al contempo verticale dello stesso referente aziendale. Sente e vede ogni settimana decine e a volte centinaia di persone per le più svariate opportunità di lavoro. Ha un polso del mercato che difficilmente chi lavora in azienda può egualmente sempre avere. Per questi motivi sarebbe veramente utile ad un HR fidarsi di quello che dice il tuo fornitore.</p>
<p>Certo la scelta più complicata che un&#8217;azienda deve fare è la prima, ovvero la<strong> scelta del fornitore giusto</strong>. Ci sono infatti società di selezione migliori ed altre peggiori, non in senso assoluto, rispetto alle esigenze che ogni responsabile della selezione in azienda ha.</p>
<p>Se hai bisogno di un head hunting vero, per bypassare la cronica carenza di risposte agli annunci di un dato profilo che ricerchi, dovrai accertarti non solo che il tuo fornitore conosca il mercato di riferimento, ma che sia in grado di effettuare una vera e propria attività di caccia diretta (magari attraverso chiamate in anonimo) anziché fermarsi ad un primo messaggio su LinkedIn.</p>
<p>Che tu stia cercando un head hunter specializzato in operai piuttosto che in profili it o farmaceutici quello che devi valutare con attenzione è quanto sia in effetti un head hunter innovativo quello che ingaggerai, perché oggi la partita si gioca anche sul modello di ricerca e selezione del personale implementato e sulla tecnologia utilizzata (vedi cloud, Intelligenza Artificiale, machine learning, ecc&#8230;)</p>
<p><strong>L&#8217;head hunter migliore in assoluto?</strong></p>
<p>Forse non esiste, ma questo non vuol dire che non ce ne sia uno più indicato per seguirti al meglio nel soddisfare le esigenze la rapida e precisa definizione delle posizioni lavorative che hai aperte oggi.</p>
<p>Scriveteci ad <strong>amministrazione@ricercamy.com</strong> o compilate la form che trovate in fondo a questa pagina.</p>
<h3>Vittorio Nascimbene</h3>
<h3>Founder &amp; Ceo</h3>
<p>[gravityform id=&#8221;6&#8243; title=&#8221;true&#8221; description=&#8221;true&#8221;]</p>
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		<title>Accettare il lavoro sempre e comunque?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 15:25:38 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">Il tasso di disoccupazione ha raggiunto i massimi storici dal 2004, molti giovani non sono più così &#8220;giovani&#8221; e la domanda che ci si pome più spesso è se possa essere giusto e positivo chinare la testa a questa crisi, che ci ha completamente investiti, ed accettare di svolgere un lavoro che non è quello che si desidera, mal pagato ma pur sempre un lavoro.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Chi studia e investe tanto sia in termini economici sia di sacrifici per avere la possibilità di percorrere la strada desiderata da sempre, oggi si trova davanti a uno di quei dilemmi quasi impossibili da risolvere, di fronte a un bivio in cui si rimane fermi immobili per giorni infiniti, lasciando che il tempo scorra inesorabile e trascini via con se tutte le nostre energie e tutto il nostro entusiasmo, come se non avessimo mai sognato e sperato.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Ci sono stati diversi studi su cosa possa essere più conveniente, in questo difficile periodo, tra accettare un lavoro qualunque o rimanere disoccupati e sembra che ad avere la meglio sia proprio la seconda possibilità. Infatti uno studio condotto in Australia dall’Hilda ha confermato come la frustrazione derivante da un lavoro brutto e mal pagato possa avere degli effetti devastanti sulle persone che accettano di svolgerlo, anche peggiori dell’essere disoccupati. A risentirne maggiormente sarebbe lo stato psico-fisico dell’individuo con crisi di ansia e forte esaurimento nervoso.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Grande importanza, dunque, viene attribuita alla qualità del lavoro e verrebbe smentita la convinzione per cui qualsiasi attività lavorativa è meglio di niente. Per non parlare di chi sta già svolgendo un lavoro che non gli piace e non è afflitto solo dalla frustrazione ma anche dal dubbio atroce se lasciarlo sia cosa buona e giusta. La paura è di sembrare superficiali, ingrati e stupidi a fare un passo che in questo periodo storico che stiamo vivendo farebbe solo un pazzo. Così dicono.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Il primo pensiero e la prima cosa che oggi si afferma è che il lavoro è un gran privilegio. Qualunque sia l’attività che si va a svolgere, l’importante è avere un lavoro, e non importa del proprio passato, di quanto si sia creduto e si creda ancora nelle proprie capacità e nel proprio entusiasmo.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Beh, permettetemi di dissentire da tutti coloro che affermano questo. Io credo di essere una privilegiata non perché lavoro e basta ma perché faccio quello che mi piace fare, con passione e grande impegno, perché è una di quelle cose a cui aspiravo di arrivare, insieme a tante altre, durante il mio lungo percorso di studi. Se ognuno di noi fosse costretto a svolgere un’attività che non vuole, se il lavoro, che occupa la maggior parte delle nostre giornate e quindi della nostra vita, fosse solo un mezzo per sopravvivere, allora molti di noi non avrebbero la possibilità di essere ciò che vogliono ma solo ciò che capita.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Nessuno dice che sia facile e ognuno di noi deve rendere conto alla propria storia personale e alle proprie esigenze. Ma almeno crediamo e conserviamo il diritto alla libertà di decidere senza essere additati come folli, superficiali o “choosy”.</h3>
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		<title>Gli stipendi in Italia</title>
		<link>https://ricercamy.com/2012/11/gli-stipendi-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ricercamy-staff]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Nov 2012 13:43:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Circa un anno fa l’Eurostat, Ufficio Statistico Europeo, raccoglieva gli ultimi dati relativi agli stipendi pagati nei vari paesi europei e il risultato mostrava come l’Italia si collocasse agli ultimi posti, addirittura dietro la Spagna e l’Irlanda. Ancora oggi è così. I dati ci dicono inoltre che la retribuzione netta media di un italiano single [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">Circa un anno fa l’Eurostat, Ufficio Statistico Europeo, raccoglieva gli ultimi dati relativi agli stipendi pagati nei vari paesi europei e il risultato mostrava come l’Italia si collocasse agli ultimi posti, addirittura dietro la Spagna e l’Irlanda. Ancora oggi è così. I dati ci dicono inoltre che la retribuzione netta media di un italiano single senza figli e famiglia è di circa 23.000 euro. La metà di quello che guadagnano mediamente in Germania e in Gran Bretagna. La cosa peggiore è che anche tralasciando lo stato attuale delle cose, accettando con rassegnazione che in Italia si guadagna poco, purtroppo non si può sperare neanche in un miglioramento. Basti pensare che in quattro anni il rialzo è stato solo del 3,3%, mentre in Spagna è stato del 29,4% e in Portogallo del 22%.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Ma qual è il problema? È vero che viviamo anni di profonda crisi, questo è stato detto e ridetto più volte. Durante un’intervista rilasciata sull’uscita del suo ultimo libro, Bruno Vespa ha dichiarato che questa crisi ha raggiunto i livelli della depressione del 1929/30, cosa che guardando il calendario e ricordandoci che siamo nel 2012 è davvero incredibile e lascia molto su cui riflettere.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Soffermandoci a guardare la busta paga risulta chiaro che il divario tra il lordo e il netto percepito è molto pesante. Questo è il segno evidente che in Italia le tassazioni sul lavoro dipendente sono estremamente alte e la colpa non è neanche delle aziende che, al contrario, pagano caro il costo del lavoro. È stato calcolato che le tasse sul lavoro dipendente sono oltre il 50%, una pressione fiscale che ci mette alle strette, con le spalle al muro, che soffoca le speranze anche di chi il proprio lavoro vorrebbe svolgerlo nel migliore dei modi e ad ogni costo.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Gli effetti sono devastanti. Stipendi più bassi conducono a una drastica riduzione dei consumi e i venditori si ritrovano ad alzare i prezzi per non affogare del tutto in questa crisi che però non sembra lasciare spazio e possibilità di rimanere a galla. Inutile ritornare sul fatto che il tasso di disoccupazione è salito alle stelle.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Ma non è solo questo il problema, o per lo meno, non è l’unico grave. Un’Italia in queste condizioni, con così poco da offrire a livello lavorativo, non è un paese in cui gli stranieri verrebbero a lavorare da fuori, e cosa ancor peggiore, mette in fuga gli italiani che studiano e sanno di avere un potenziale da sfruttare e sviluppare.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Chiedete ai neolaureati di adesso cosa vorrebbero fare come primo passo per immettersi nel mondo del lavoro. Andare all’estero.</h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Eleonora Maiorana</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’Italia mette in fuga i suoi imprenditori</title>
		<link>https://ricercamy.com/2012/11/litalia-mette-in-fuga-i-suoi-imprenditori/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 09 Nov 2012 14:12:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questi tempi di crisi, sono sempre più numerosi gli imprenditori italiani che decidono di trasferirsi all’estero. Secondo la recente ricerca prodotta dallo studio di Unimpresa, molti imprenditori, nel pieno della bufera internazionale, si sono trovati ad un bivio: chiudere o continuare le loro attività fuori dai confini nazionali, dove un contesto economico assai diverso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">In questi tempi di crisi, sono sempre più numerosi gli imprenditori italiani che decidono di trasferirsi all’estero. Secondo la recente ricerca prodotta dallo studio di Unimpresa, molti imprenditori, nel pieno della bufera internazionale, si sono trovati ad un bivio: chiudere o continuare le loro attività fuori dai confini nazionali, dove un contesto economico assai diverso favorisce l’insediamento di nuovi impianti industriali.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">La maggior parte di loro “fuggono” per salvarsi da un’Italia che li opprime, soprattutto,  in termini di tassazione sull’attività produttiva e sui redditi personali, ma anche per la carenza di infrastrutture logistiche adeguate, la scarsa detassabilità degli investimenti in ricerca e sviluppo e le difficoltà di accesso al credito.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Svizzera, Slovenia, Austria e Olanda: sono tra le mete preferite dagli imprenditori italiani che stanno “strappando” all’Italia pezzi rilevanti della produzione industriale e dell’economia italiana. Questo fenomeno iniziò a registrarsi qualche anno fa, ma a causa della crisi e della recessione ha subito recentemente un’improvvisa accelerazione, infatti l’emigrazione prima ha preso il via con alcuni grandi gruppi industriali ed ora interessa anche realtà nel settore delle PMI.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Per comprendere meglio la situazione, riportiamo alcuni dati: in Italia la tassazione media sugli utili di impresa si aggira intorno al 31,4% contro il 20% della vicina Svizzera, il 18% della Slovenia e il 10% della Bulgaria. Se poi alla tassazione degli utili si aggiunge quella sul lavoro, si registra un carico fiscale complessivo del 68,6% dei profitti commerciali, rispetto ad una media europea del 44,2% e del 47,8% mondiale. La scelta è pertanto quasi obbligata.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Per fare un esempio concreto, abbiamo scelto di prendere in considerazione uno dei Paesi maggiormente ricettivi per gli imprenditori italiani: la Svizzera. In questo Paese, oltre ad una maggiore convenienza fiscale, gli imprenditori hanno una serie di benefit aggiuntivi, come una logistica integrata efficiente, data da un sistema ferroviario intermodale; un costo della ricerca più basso, fondamentale per le imprese innovative; un cuneo fiscale che permette agli imprenditori di pagare uno stipendio lordo più basso e un netto più alto ai propri dipendenti (la logica win- win); un risparmio in bolletta, perché in Italia il costo dell’energia per l’industria è più alto, quasi il doppio rispetto alla Svizzera che si avvale di energia idroelettrica e nucleare; una burocrazia efficiente che permette all’imprenditore di avere a disposizione, in sole 2 settimane, un capannone e dei documenti pronti per la firma.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Queste sono tutte realtà possibili, purtroppo, solo in Paesi diversi dall’Italia. L’unica cosa che possiamo auspicare è che vi sia al più presto una forte reazione da parte delle Istituzioni di ogni livello capace di contenere questo “esodo”.</h3>
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		<title>Le Start up, il nostro futuro</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Nov 2012 14:30:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo recentemente parlato di New Economy e del peso che in questo momento ha nel nostro Paese dilaniato dalla crisi. Ci siamo soffermati sull’importanza delle nuove tecnologie e dell’era di internet. Abbiamo parlato di nomadismo digitale. Bene, c’è qualcosa che dipende strettamente da questi concetti e che in operatività assoluta diventa linfa vitale per la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">Abbiamo recentemente parlato di New Economy e del peso che in questo momento ha nel nostro Paese dilaniato dalla crisi. Ci siamo soffermati sull’importanza delle nuove tecnologie e dell’era di internet. Abbiamo parlato di nomadismo digitale. Bene, c’è qualcosa che dipende strettamente da questi concetti e che in operatività assoluta diventa linfa vitale per la parte lavorativa dell’Italia e non solo. È quello che oggi è chiamato l’universo delle start up.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">In Italia, da qualche anno, finalmente si diffonde una cultura diversa, innovativa, per la quale si concede spazio ai giovani e alle loro idee, ragazzi che hanno mezzi e strumenti per svilupparle senza cadere nell’errore di credere che un’idea da sola possa non essere l’inizio ma anche la fine di un progetto. È importante avere un quadro chiaro della fattibilità dell’idea stessa. Giovani, ottima conoscenza della Rete e di una lingua straniera, se è inglese è meglio, non hanno una scrivania e una sedia dalle quali svolgere le proprie attività e io aggiungerei che si distinguono dalla massa per entusiasmo, voglia di emergere, e per il fatto di non avere paura di rischiare per fare qualcosa di diverso.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Consideriamo il concetto di posto fisso. Trovo un lavoro all’interno di una funzione aziendale, frutto delle mie esperienze e delle mie attitudini. Guadagno con fatica e impegno il mio contratto a tempo indeterminato. Quella diventa la mia sicurezza. Qualunque altra cosa passa in secondo piano. Ho trovato un lavoro. Ecco. Partite da questo e pensate che c’è un mondo che viaggia contemporaneamente all’opposto. C’è chi non si pone l’obiettivo di cercarsi un lavoro ma di costruire il proprio futuro attraverso l’impegno investito nelle startup.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Leggendo un articolo sul La Repubblica ho scoperto che ogni anno in Cile si tiene una gara mondiale per i migliori progetti di innovazione e business, vinta, tra l’altro, da un giovane italiano di Venezia, startupper ormai più che collaudato, che vive da dieci anni negli Stati Uniti e che ha dichiarato di essere andato via perché aveva voglia di correre e questo in Italia, paese ancorato a vecchi schemi e rigide procedure, non gli era consentito farlo.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Forse in Italia manca il coraggio, o forse gli ostacoli obiettivi a fare il passo più lungo della gamba impongono psicologicamente agli italiani di mettere da parte il proprio spirito di innovazione e imprenditoriale, anche se oggi le start up in Italia sono in numero sempre maggiore. Gli ultimi dati raccolti promettono bene e io ho fiducia nei confronti di un Paese che ha da offrirci molto soprattutto sul piano lavorativo perché il valore aggiunto dell’Italia sono le risorse, uomini e donne a cui manca un po’ di coraggio. Ma solo per il momento.</h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Eleonora Maiorana</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cultura d&#8217;azienda</title>
		<link>https://ricercamy.com/2012/10/cultura-dazienda/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 08:34:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono molte le realtà aziendali, anche di grandi dimensioni, che per poter resistere alle tensioni dei mercati in cui operano devono pensare concretamente a trasformare la propria cultura e le proprie priorità. Il rischio, soprattutto per le strutture più complesse è quello di avere al proprio interno molti segmenti che operano in maniera indipendente gli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">Sono molte le realtà aziendali, anche di grandi dimensioni, che per poter resistere alle tensioni dei mercati in cui operano devono pensare concretamente a trasformare la propria cultura e le proprie priorità.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Il rischio, soprattutto per le strutture più complesse è quello di avere al proprio interno molti segmenti che operano in maniera indipendente gli uni dagli altri creando, quindi, situazioni di duplicazione e frammentazione della struttura.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Spesso è necessario un allineamento. Per far questo ci vuole una guida in grado, prima di tutto, di ascoltare le persone e poi di costruire una cultura comune.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Ascoltare chi nelle aziende lavora vuol dire, a volte, avere risposte diverse su quali sono i valori comuni. Però è solo ascondando e cercando di capire ciò che i dipendenti sentono, che è possibile per chi è manager, creare le regole di base dell&#8217;azienda. Ovvero avere un allineamento intenso intorno alla visione, alla missione, ai valori e alle priorità strategiche. Questo di solito è l&#8217;impegno di un Amministratore Delegato.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Quando vengono definiti al meglio i valori di un&#8217;organizzazione, è importante che questi siano fissati nella cultura aziendale attraverso la ripetizione. Secondo il motto latino <em>repetita iuvant</em> (le cose ripetute aiutano), per fissare nella mente di chi nell&#8217;azienda ci lavora non c&#8217;è cosa migliore che ripetere spesso i lavori dell&#8217;organizzazione stessa.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Come dicevamo la guida è importante. Nelle organizzazioni grandi, come in quelle più piccole, è fondamentale la leadership che si esprime nel guidare tutti verso gli obiettivi prefissati.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Ma un&#8217;azienda è fatta di persone e un buon leader deve anche saper scegliere i suoi riporti. Quali sono i valori fondamentali da ricercare? Di certo, in un mondo sempre più basato sulle reti (di relazione, internet, sociali, ecc&#8230;) la dote principale è la <strong>capacità di comunicare</strong>. Anche il più grande genio, calato in un contesto aziendale, se non è in grado di interfacciarsi con i colleghi non avrebbe molte chance di successo. Un capo ha poi bisogno di persone <strong>leali</strong> che lo seguano fedelmente passo passo verso l&#8217;obiettivo. Infine non si può più prescindere dall&#8217;<strong>umiltà</strong>. I grandi ego sono più bravi come solisti che come uomini di team.</h3>
<h3>Insomma guidare un&#8217;azienda verso il futuro non è facile, ma per avere successo bisogna partire dal basso, dalla base e poi puntare in alto.</h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Vittorio Nascimbene</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Potere alle donne</title>
		<link>https://ricercamy.com/2012/09/potere-alle-donne/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 27 Sep 2012 07:53:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ebbene sì. Gridiamolo forte e tutti! Ancora una volta le donne hanno un ruolo centrale e di grande importanza, e non solo per la casa e la famiglia. E non sono mica io a dirlo! L’Economist parla molto chiaro e la chiama “Womenomics”, quella secondo la quale le donne oggi sono il più importante motore [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">Ebbene sì. Gridiamolo forte e tutti! Ancora una volta le donne hanno un ruolo centrale e di grande importanza, e non solo per la casa e la famiglia. E non sono mica io a dirlo! L’Economist parla molto chiaro e la chiama “Womenomics”, quella secondo la quale le donne oggi sono il più importante motore dello sviluppo mondiale e per cui il nostro ministro Emma Bonino si batte affinché anche in Italia ci sia un cambiamento nella mentalità sessista soprattutto sul luogo di lavoro.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Neanche a farlo apposta, ancora una volta possiamo affermare che l’Italia è il paese delle contraddizioni. Ci auspichiamo sviluppo, ricchezza, crescita economica e culturale ma poi sono pochi gli strumenti messi a disposizione per perseguire tal fine. Tutti sono d’accordo con l’affermare che le donne sono e saranno sempre di più veicolo di produzione di ricchezza per l’economia mondiale e tra l’altro è stato dimostrato che nei paesi in cui il loro ruolo è stato rivalutato anche i problemi demografici sembrano essere migliorati.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Eppure l’Italia sembra collocarsi su un piano di ottusità al riguardo. Non a caso è il paese che più di ogni altro si trova in posizione arretrata nel campo del lavoro femminile. Nel nostro Paese le donne sono costrette a scegliere tra lavoro e figli, mentre invece nei paesi in cui riescono ad entrare nel mondo del lavoro hanno la possibilità di decidere di avere anche il secondo o terzo figlio.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Negli ultimi anni in Italia è stato registrato un consistente calo demografico che ci ha fatto più volte affermare che il nostro &#8220;non è un paese per giovani&#8221;. Ci si chiede perché? Anche nelle economie emergenti come quelle asiatiche più del 50% dei lavoratori oggi sono donne e questo vale per la maggior parte dei paesi a livello mondiale, a dimostrazione del fatto che forse è stata superata la barriera culturale per cui la donna, focolare domestico, sia stata creata per accudire casa e figli. Tra l’altro è stato dimostrato che la donna reinveste il proprio denaro nella famiglia e nella comunità, contribuendo in modo essenziale alla crescita economica del paese in cui vive. Tutto questo è possibile attraverso una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e con provvedimenti che rendano la vita più facile alle mamme-lavoratrici, perché non ci dimentichiamo che le donne sono soggette a un duro e faticoso lavoro già a casa, sebbene tale produttività non rientri nel calcolo del PIL.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">E allora potere alle donne!</h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Eleonora Maiorana</strong></h3>
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		<title>Quando i figli non seguono le orme del padre</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Sep 2012 08:44:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra incredibile la fotografia scattata dalla cgia di Mestre sulle imprese familiari italiane. Dallo studio emerge infatti che un&#8217;azienda padronale su due in Italia nei prossimi anni chiuderà perchè le nuove generazioni non vogliono seguire le orme dei padri. Se poi pensiamo che le aziende familiari sono la stragrande maggioranza delle imprese italiane questa ricerca [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">Sembra incredibile la fotografia scattata dalla cgia di Mestre sulle imprese familiari italiane. Dallo studio emerge infatti che un&#8217;azienda padronale su due in Italia nei prossimi anni chiuderà perchè le nuove generazioni non vogliono seguire le orme dei padri. Se poi pensiamo che le aziende familiari sono la stragrande maggioranza delle imprese italiane questa ricerca assume un valore ancor più significativo.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Non parliamo di qualche realtà sparsa per la nostra nazione bensì di almeno 360 mila aziende su un totale di 721.000 che, a breve, saranno chiamate al passaggio generazionale.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Sembra un paradosso, in un&#8217;epoca in cui il lavoro scarseggia, rifiutare l&#8217;azienda paterna per affrontare l&#8217;ignoto. Cosa spinge i nostri giovani a fare questa scelta? Innanzitutto bisogna dire che il fenomeno riguarda soprattutto le aziende con 2-3 dipendenti al centro-sud Italia. Tali contesti al momento soffrono di scarsa redditività che spinge le nuove generazioni a valutare l&#8217;ipotesi di affacciarsi ad altri paesi con economie più sviluppate, con meno vincoli burocratici e con livelli di tassazione più accettabili.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Tale situazione però non spiega tutto. Di sicuro c&#8217;è una minore propensione delle nuove generazioni al sacrificio. Lo stesso sacrificio che ha decretato il successo dei loro padri nel secondo dopoguerra. C&#8217;è il desiderio, inoltre, di raggiungere titoli di studio più elevati, procastinando quindi il passaggio generazionale.A tutto questo spesso si aggiunge la volontà dei genitori di vedere i propri figli realizzati in altri contesti professionali.</h3>
<h3 style="text-align: justify;">Qualche giovane invece non vede l&#8217;ora di poter portare all&#8217;interno di contesti molto spesso poco votati alla tecnologia, tutte le sue competenze e passioni per trasformare un business locale e limitato, attraverso l&#8217;e-commerce o l&#8217;introduzione di nuovi macchinari più evoluti e flessibili. In base all&#8217;assunto che <em>&#8220;I padri hanno inventato il prodotto, i figli sanno commercializzarlo&#8221;</em>.</h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Vittorio Nascimbene</strong></h3>
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