MIND THE GAP – OVVERO COSA RESTA DEL FERTILITY DAY

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Viale Regina Giovanna, quasi all’angolo con Corso Buenos Aires, se ne sta lì steso dallo scorso 8 marzo di chissà quale anno.

Vento, pioggia, sole dell’estate che ormai è finita: intere stagioni, ma lui è sempre , in alto, sopra le teste di tutti, nessuno lo nota più perché ormai fa parte dell’arredamento urbano, in questo scorcio della Milano del commercio e dei commercialisti.

A volte qualche turista, in cerca di indicazioni stradali, lo fissa strizzando gli occhi al cielo senza però cogliere il suo messaggio, eppure si tratta di un’informazione che potrebbe riguardare anche il suo paese di origine.

Il protagonista è un banner pubblicitario prodotto dalla Fondazione Pubblicità Progresso per una campagna lanciata nel 2015 sul pay gap gender in Italia. pub-progresso-pay-gap

E’ un argomento “peperone a cena”, nel senso che puntualmente si ripropone, indigesto e scomodo, in corrispondenza della festa della donna, ma la sua attualità è costante.

Moniti dal Parlamento Europeo, bureaux di studi sul tema, campagne come quella del nostro banner, grafici e cifre per capire se si tratta di una riduzione del 30% o del 21,47% eppure il discorso è sempre lo stesso: le donne sono pagate di meno!

Ci lasciamo da poco alle spalle la bufera sollevata dal fertility day, scatenata non solo dalle grossolane campagne di comunicazione che lo hanno preceduto, ma anche dai temi che l’incitamento alla procreazione sembra non aver valutato.

Il lavoro e la difficoltà di mantenerlo dopo la nascita di un figlio, sono stati – tra i tanti – gli argomenti più scagliati contro il tapino day.

I cardini della polemica aprono due grandi cancelli da cui non è facile scappare: la conciliazione vita lavoro e la precarietà/flessibilità dei contratti. C’è però un terzo cardine che non ha ricevuto la stessa eco e si chiama divario salariale tra uomo e donna.

Le donne che non possono fare a meno di lavorare, per scelta o necessità, sanno che dovranno fare i salti mortali per occuparsi della vita a casa e di quella in ufficio.

Troppo spesso però la scelta è drastica: tra i due stipendi di una coppia si decide di tagliare quello meno ricco e meno stabile che altrimenti verrebbe speso tra tate o asili nido e allora, addio all’emancipazione femminile.

Il motivo per il quale una donna debba essere pagata meno sta nella minaccia che un giorno possa diventare madre e trascurare il lavoro, essere meno produttiva? Oppure le donne, a parità di istruzione con i colleghi hanno capacità inferiori e ciò in cuor loro lo pensano un po’ tutti, spesso ahimè anche le donne stesse?cinema_tuttalavitadavanti

Non è l’ufficio Women&Co di qualche istituzione europea che spara numeri senza identità, buoni solo per campagne e slogan. Chi ogni giorno passa in rassegna centinaia di cedolini paga ha un rapido confronto su queste differenze. Certo, bisogna conoscere le persone che stanno dentro queste buste, capire come lavorano e che grado di serietà mettono nelle loro attività, ma di sicuro non capita mai di vedere un uomo con lo stipendio più basso di una sua pari grado con gli stessi anni di esperienza. Provare per credere.

Quindi?

Evitiamo la sagra dei luoghi comuni e degli accorati appelli femministi, qui c’è un’ingiustizia e questa volta sono colpite le lavoratrici.

Cosa ne pensano le aziende? Fateci sentire anche la vostra voce e per favore, smentiteci.

Lorenza Margherita