I contratti di solidarietà

I contratti di solidarietà
Lo sapevate che da circa trent’anni esiste uno strumento nel mondo del lavoro che si chiama contratto di solidarietà? Sembrerebbe essere una soluzione semplice per migliorare la condizione di molti giovani in cerca di lavoro, per tutti quei precari che ad oggi sperano di trovare un contratto di lavoro stabile che purtroppo appare come un ago in un pagliaio.

Partiamo dall’inizio: i contratti di solidarietà sono accordi stipulati tra l’azienda e le rappresentanze sindacali, che prevedono la diminuzione dell’orario di lavoro affinchè si possa mantenere l’occupazione in caso di crisi aziendale, evitando la riduzione di personale, e favorire nuove assunzioni attraverso una programmata riduzione dell’orario di lavoro e della retribuzione.

Si tratta della legge 863 del 1984. Nel primo caso si tratta di contratti di solidarietà difensiva, più volte utilizzati nel corso degli anni e nei momenti in cui ce n’è stato bisogno, mentre nel secondo caso si tratta di contratti di solidarietà espansiva, al contrario molto poco utilizzati.

Quest’ultima tipologia spetta ai lavoratori che abbiano un rapporto di lavoro subordinato, con esclusione dei dirigenti, dipendenti da:

  • imprese con più di 15 dipendenti, escluse dalla normativa in materia di CIGS, e che abbiano avviato la procedura di mobilità di cui all’art. 24 della legge n. 223/1991;

  • imprese con meno di 15 dipendenti che stipulano contratti di solidarietà al fine di evitare licenziamenti plurimi individuali (art. 7 ter, comma 9, lettera d, legge n. 33/2009);

  • imprese alberghiere, aziende termali pubbliche e private operanti in località territoriali con gravi crisi occupazionali;

  • imprese artigiane indipendentemente dal numero dei dipendenti. Il contributo è erogato a condizione che i lavoratori con orario ridotto percepiscano, dai fondi bilaterali presso cui l’azienda è iscritta, una prestazione di entità non inferiore alla metà del contributo pubblico destinata ai lavoratori. Le imprese artigiane con più di 15 dipendenti devono, altresì, attivare le procedure di mobilità.

Spetta un contributo pari al 25% della retribuzione persa sia per il lavoratore che per l’azienda con una durata massima di 24 mesi.

Leggevo su un articolo de “Il Fatto Quotidiano” che l’Ifoa di Reggio Emilia, applicando tale strumento ha avuto la possibilità di assumere a tempo indeterminato ventinove precari. Non è cosa da poco, soprattutto in questo momento storico della nostra economia.

L’intento è di ricordare che questo strumento esiste e può essere utilizzato. O almeno si spera.

Eleonora Maiorana